mercoledì 30 gennaio 2013

"DIO E IL MELOGRANO” michele capuano

Dio salvi l’America!
Dio salvi l’Italia e la Germania!
La Francia e l’Inghilterra!
Dio salvi l’Occidente!
Non nominare il nome di Dio invano.
Dio: il dolore o la gratitudine?
La violenza o l’amore?
L’odio o il rispetto degli altri?
Le banalità o i grandi sentimenti?
Laico: pongo domande.
Sotto un cielo confuso da venti di guerra
Sperando in un mondo nuovo e necessario.

Dio! C’è chi abusa del nome di Dio in nome di Dio.

Un abuso è:
inventare nemici invisibili
con la complicità di amici che uccidono esseri visibili
con la compiacenza di iene voraci che massacrano
donne e infanti e gente senza nome né cognome,
senza documenti,
senza diritti.
Abusare è:
ab ovo (dalla prima origine): ab uno disces omnes (da uno conosci tutti).
Un abuso è:
derubare la moltitudine
e poi inventare polvere alta nel deserto
che la definisce povera,
in via di sviluppo,
terzo o quarto mondo,
affamata,
ignorante,
portatrice di oscure malattie,
invadente: migrante.
Abusare è:
“io sono l’Occidente” e poi:
esiste il nord,
esiste il sud: oggi.
Esiste l’est,
esiste l’ovest: ieri.
Esiste il Lontano Ovest: ieri ed oggi.
Si mortifica la realtà
e questo piccolo globo
che gira nell’infinito e che può finire.
Ahi! Ahi! Ahi!: morti nere e morti bianche e morti.
Uno e tre.
Il Dio è uno:
è arabo,
è ebreo,
è cristiano.
Ahi! Ahi! Ahi!: alcune cellule impazzite,
tra acqua, terra, fuoco ed aria,
intendono possederlo,
sostituirlo,
umiliarlo.
Non spetterebbe a me parlarne
dipingendo su fogli bianchi caratteri rubati in oriente:
Dio salvi Dio!
Dio salvi i Popoli!

Poi mi specchio negli occhi di un piccolo indio,
di una bambina palestinese
che raccoglie un sasso dove ce ne sono molti
(non li hanno rubati tutti)
e inventa di mettere a tacere cannoni e mitragliatrici;
poi mi confondo negli occhi sorridenti e sempre adulti di un colombiano,
di un cubano,
di un ragazzo o una ragazza di strada nelle vie dell’est,
di un messicano,
in un piccolo villaggio tra Algeri e il Bronx
dove c’è ancora chi parla di etica dell’essere e della liberazione,
del no al potere per una società popolare.
In una miniera peruviana
o poco distanti dalle vie dell’oppio
ci si difende dalla codardia di narcotrafficanti nascosti nel Palazzo
(come in Sicilia: me lo insegnò Peppino Impastato).
Nemici dell’umanità:
spacciatori di falsità come i nostri governanti
sporchi e lerci,
come i servizi segreti e l’informazione:
deviata e deviante:
merci di un impero meschino e cinico
che protegge gli sciacalli
e con disinvoltura punta i fucili sul tuo cuore
e le armi della demagogia sul tuo cervello
e dichiara guerre infinite:
come nella preistoria,
come nell’antichità,
come mille anni fa e ancora nel terzo millennio.
Nemici dell’umanità:
come in epoca coloniale
o in Vietnam o in Cile,
in Brasile o in Argentina,
gli avvoltoi si nascondono dietro integralismi e fanatismo
e fantocci dell’impero:
fascisti in piena era della luce e illuminati poco e male,
bastardi in Indocina,
vigliacchi a piazza Fontana.
Italicus: strage di Stato.
Embarghi: strage di Stato.
Lumumba, Sankara, Guevara, Malcom X, Luther King,
milioni di piccoli partigiani,
milioni di amerindi,
milioni di africani…:
stragi di Stato: e nella memoria: antichi, recenti e attuali lager.
I campi dove dovrebbe crescere il grano
dove dovremmo danzare
(per la pioggia e per il sole, alla luna e alla terra)
dove improvvisare un canto a rime sciolte o in metrica
sono minati
anche quando le mine non si vedono
anche quando non ci sono.
Proposte morali ci confondono
E sembra che alcuni siano capi per volere divino.

“I popoli si liberano da sé” affermò un Cristo della Sierra.
E il Cristo figlio del Dio
non sconfisse i mercanti e i padroni del tempio,
anzi,
come i pani e i pesci,
si moltiplicarono.
Lasciò detto ad una puttana e ad altre donne,
a pescatori e pastori:
“il miracolo è risolvere un problema una volta per tutte”.
E questi andarono in giro a raccontarlo:
poi furono martirizzati
e chi tolse loro la vita
gli rubò il verbo e i libri
e li utilizzò come pretesto per assassinare ancora.
Gli artigli dell’aquila imperiale
le sue unghie adunche
graffiano a morte.
Orde barbariche,
per quanto minuscola presenza nel regno (o repubblica) animale
cercano d’importi il loro pensiero falsamente unico.
Le bettole dell’Occidente sono stracolme di ubriachi e di eroi
partoriti da bestie feroci
da un grembo sempre fecondo
per il materializzarsi dell’Apocalisse
per minacciare chi nasce libero.
Penso queste cose,
come te: confusamente.
Distratto dal volo di una diomedea
mentre guardo onde minacciose
logorare lo scoglio sul quale sono appollaiato.
Poi percorro un tratto di spiaggia
dove sembrano fermarsi gli oceani
(calpesto sugheri galleggianti ma vivo altre emozioni)
e trovo riposo in un antro.
Su una parete una scritta
lasciata lì da altri vagabondi:
“dentro una grotta rannicchiato:
difendermi sarà un reato?
Un grande rettile mi vuole prendere:
lo devo, clava-roccia, stendere?
Esplode un ordigno nucleare.
Vivo un pensiero lunare.
Io anormale carbon fossile
mi perdo in un liquido duttile.
C’è poco da capire:
una donna sta per partorire:
tra il terrore e la paura
vissuti in questa folle avventura.
Dammi resina abete
e risolvi la mia sete…
Chi sono? Questo presente cos’è?
Farnetico domani senza perché.
Dal fango l’idea di futuro
e la vivo tremante ed insicuro.
(invento) Per cavallo un aquilone:
devo con altri scrivere una nuova canzone”.
La memoria: per capire questi giorni:
per costruire l’avvenire.
Nagasaki, Hiroshima: l’olocausto: le guerre.
Esco dalla tana e mi metto in marcia
calpestando involontariamente mille fiori d’ogni colore,
nati per caso,
e sono spinto dal desiderio di affrontare una strada, un viottolo, un sentiero
inesplorato
dove in tanti e tante camminano verso un maggio qualsiasi
verso la primavera desiderata e che verrà.
Sono adulto abbastanza
per temere l’asprezza del percorso.
Sono sufficientemente giovane
per inseguire un progetto di emancipazione al plurale.
Mi metterò in un luogo occasionale
nell’immenso corteo del popolo degli uomini e delle donne
e questa unità dal basso
tra semplici e diversi
tra emarginati e deboli
tra possessori di libri o di braccia
(in maggioranza meravigliosamente anonimi)
mi aiuterà a pensare che la lotta prosegue:
che non siamo stati sconfitti:
che vinceremo.
Lontano luci di lampara.
Lontano alberi che hanno visto mille generazioni.
Lontana la voce di animali liberi e un po’ selvatici.
Lontane una, dieci, cento città:
cento piazze:
cento lingue e mille dialetti:
tra utopia e scienza: ci appartiene tutto.
Come sono soli i potenti della Terra!
Come sono poveri!
Come sono soli i vigliacchi e i rinnegati.
Come sono soli gli apatici.
Come sono soli e deboli i soldati in guerra
e i mercanti al potere.
Il loro male irreversibile invita alla pietà: anche se non la meritano.
La gioia ci appartiene
la fantasia anche:
dimenticarlo allontana ogni alternativa.
Noi siamo come i melograni: chicchi rossi all’apparenza separati
ma in realtà uniti in un frutto dolce,
che non temono l’inverno
e arricchiscono piccoli orti,
che amano catturare le carezze degli astri
mentre si adagiano sul terreno dove affondano le nostre radici.
(…) Un uomo può essere sconfitto
ma se sa dove deve andare
per costruire un pianeta di liberi ed uguali
diversi e liberi
fermarlo non è complesso
ma impossibile (…)

michele

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