giovedì 5 gennaio 2017



Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso voler essere niente.

A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

 

Finestre della mia stanza,

della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è

(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),

vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,

su una via inaccessibile a tutti i pensieri,

reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,

con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,

con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,

con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.

 

 

Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.

Oggi sono lucido, come se stessi per morire,

e non avessi altra fratellanza con le cose

che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero

la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata

da dentro la mia testa,

e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'avvio.

 

Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.

Oggi sono diviso tra la lealtà che devo

alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,

e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

 

Sono fallito in tutto.

Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.

Dall'insegnamento che mi hanno impartito,

sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.

Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.

Ma là ho incontrato solo erba e alberi,

e quando c'era, la gente era uguale all'altra.

 

Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?

Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?

Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!

E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!

Genio? In questo momento

centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,

e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,

non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.

 

No, non credo in me.

In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!

lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?

No, neppure in me...

in quante mansarde e non-mansarde del mondo

non staranno sognando a quest'ora geni-per-se-stessi?

Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,

sì, veramente alte, nobili e lucide -,

e forse realizzabili,

non verranno mai alla luce del sole reale nè troveranno ascolto?

 

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo

e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

 

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.

Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.

Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.

Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,

anche se non ci abito;

sarò sempre quello che non è nato per questo;

sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;

sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,

e ha cantato la canzone dell'Infinito in un pollaio,

e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.

 

Credere in me? No, nè in niente.

Che la Natura sparga sulla mia testa scottante

il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,

e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.

Schiavi cardiaci delle stelle,

abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;

ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,

ci siamo alzati ed esso è estraneo,

siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,

più il sistema solare, la Via Lattea e l'Indefinito.

 

(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!

Guarda che non c'è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.

Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.

Mangia, bambina sporca, mangia!

Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!

Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,

butto tutto per terra, come ho buttato la vita.

Ma almeno rimane dell'amarezza di ciò che mai sarà

la calligrafia rapida di questi versi,

portico crollato sull'Impossibile.

 

Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,

nobile almeno nell'ampio gesto con cui scaravento

i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,

e resto in casa senza camicia.

 

(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,

Dea greca, concepita come una statua viva,

o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,

o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,

o marchesa del Settecento, scollata e distante,

o celebre cocotte dell'epoca dei nostri padri,

o non so che di moderno - non capisco bene cosa -,

tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!

 

Il mio cuore è un secchio svuotato.

Come quelli che invocano spiriti invoco

me stesso ma non trovo niente.

 

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.

Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,

vedo gli esseri vivi vestiti che s'incrociano,

vedo i cani che anche loro esistono,

e tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,

e tutto questo è straniero, come ogni cosa.

Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,

e oggi non c'è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.

Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,

e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto

(perchè si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);

magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda

e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.

 

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,

e ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.

Il domino che ho indossato era sbagliato.

Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.

Quando ho voluto togliermi la maschera,

era incollata alla faccia.

Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,

ero già invecchiato.

 

Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.

Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba

come un cane tollerato dall'amministrazione

perchè inoffensivo

e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.

Essenza musicale dei miei versi inutili,

magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,

e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,

calpestando la coscienza di esistere,

come un tappeto in cui un ubriaco inciampa

o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.

 

Ma il padrone della Tabaccheria s'è affacciato sulla porta e vi è rimasto.

Lo guardo con il fastidio della testa piegata male

e con il disagio dell'anima che sta intuendo.

Lui morirà ed io morirò.

Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.

A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi.

Dopo un po' morirà la strada dove fu stata l'insegna,

E la lingua in cui furono scritti i versi.

Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.

In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente

continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,

sempre una cosa di fronte all'altra,

sempre una cosa inutile quanto l'altra,

sempre l'impossibile, stupido come il reale,

sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,

sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa nè l'altra.

 

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),

e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.

Mi rialzo energico, convinto, umano,

con l'intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.

Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli

e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.

 

Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,

e mi godo, in un momento sensitivo e competente

la liberazione da tutte le speculazioni

e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell'essere indisposti.

 

Poi mi allungo sulla sedia

e continuo a fumare.

Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.

(Se sposassi la figlia della mia lavandaia

magari sarei felice.)

 

Considerato questo, mi alzo dalla sedia.

Vado alla finestra.

L'uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).

Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.

(Il padrone della Tabaccheria s'è affacciato all'entrata.)

Come per un istinto divino Esteves s'è voltato e mi ha visto.

Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l'universo

mi si è ricostruito senza ideale ne speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.

 

 

 Fernando Pessoa

giovedì 10 novembre 2016

Silenzio


Ora conteremo fino a dodici
e rimaniamo tutti quieti.
Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci,
non muoviamo tanto le braccia.
Sarebbe un minuto fragrante,
senza fretta, né locomotive,
saremmo tutti uniti
in un’inquietudine istantanea.
I pescatori del freddo mare
non farebbero male alle balene
e il lavoratore del sale
guarderebbe le sue mani rotte.
Quelli che preparan guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza superstiti,
si metterebbero un vestito puro
camminerebbero coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.
Non si confonda ciò che voglio
con l’inazione definitiva:
la vita è solo ciò che si fa,
non voglio saperne della morte.
Se non potemmo essere unanimi
muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio potrà
interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte,
forse la terra c’insegnerà
quando tutto sembra morto
e poi tutto era vivo.
Ora conterò fino a dodici,
tu tacerai e io me ne andrò.

Pablo Neruda

lunedì 17 ottobre 2016

La dottrina Junghiana del simbolo


La dottrina Junghiana del simbolo s'impernia sull'attività dialettica che sintetizza gli opposti e la configurazione della psiche si offre alla nostra osservazione come compresenza di aspetti polarmente opposti (Io e non Io, conscio e inconscio, positivo e negativo ecc..).
L'Ombra quindi come parte inferiore della personalità è una parte della totalità della psiche ma si deve tener conto che l'Ombra è negativa in quanto c'è una positività con la quale si confronta.
Le profonde antipatie ingiustificate, per esempio, sono quasi sempre il frutto della proiezione della propria Ombra.
Il riconoscimento di tale proiezione costituisce la via regia per la ricognizione della propria Ombra.
Spesso in terapia si nota come il soggetto rifiutando la propria Ombra si condanna a vivere una vita parziale.
Come osserva Jung, l'Ombra abbandonata al negativo è costretta, per così dire, ad avere una vita autonoma senza alcuna relazione con il resto della personalità. Così facendo ogni autentica maturazione dell'individuo è impedita, dal momento che l'individuazione comincia appunto con la ricognizione e integrazione dell'Ombra.
L'Ombra è quel che di noi non può essere risolto in valore collettivo, essa si oppone ad ogni valore universale.
Va da sé che la vera individualità, la singolarità irripetibile, i cui profeti moderni sono Kierkegaard e Dostoevskij, risiede nell'Ombra. Nell'istante in cui l'uomo accetta nella propria dinamica psichica l'Ombra egli accetta di individualizzarsi.
Dal punto di vista di una morale collettiva, l'integrazione dell'Ombra permette la fondazione di un'etica individuale in cui i valori universali vengono perseguiti in quanto vengono continuamente rapportati al singolo, o meglio all'elemento individuale della personalità.

''L' ULIVO URLATORE'' nelle terra degli alberi antropomorfi, l' APULIA SALENTINA!



Giuggianello (Lecce), contrada Polisano, ai piedi della mitologica "Collina dei Fanciulli e delle Ninfe", là dove scrisse l'autore greco Nicandro di Colofone, nel II sec. a.C., riportando antiche leggende ausonico-apulo-messapiche, che dei fanciulli si trasformarono in alberi, per volere delle indispettite ninfe, "nel luogo stesso in cui stavano, presso il loro santuario delle ninfe, presso le cosiddette 'Rocce Sacre' ", mastodontiche rocce, lì ancora ammirabili.
 
"E ancora oggi, la notte, -scrisse Nicandro-, si sente uscire dai tronchi una voce, come di gente che geme; e il luogo viene chiamato 'Delle Ninfe e dei Fanciulli' ".

"Si favoleggiava, -racconta l'antico greco autore- che nel paese dei Messapi fossero apparse un giorno delle ninfe che danzavano, e che i figli dei Messapi, abbandonate le loro greggi per andare a guardare, avessero detto che essi sapevano danzare meglio. Queste parole punsero sul vivo le ninfe e si fece una gara per stabilire chi sapesse meglio danzare. I fanciulli, non rendendosi conto di gareggiare con esseri divini, danzarono come se stessero misurandosi con delle coetanee di stirpe mortale; e il loro modo di danzare era quello, rozzo, proprio dei pastori; quello delle ninfe, invece, fu di una bellezza suprema. Esse trionfarono dunque sui fanciulli nella danza e rivolte ad essi dissero: 'Giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe e ora che siete stati vinti ne pagherete il fio' ".

Il poetico mito di metamorfosi raccontato da Nicandro, incrociato forse con altre leggende sempre di matrice messapica, viene raccontato in una versione leggermente diversa, alcuni decenni dopo, da Ovidio, classico sommo scrittore latino, “il più grande poeta latino dell’amore”, che vi identifica quegli alberi con la specie dell' olivastro, l'ulivo selvatico, una delle più tipiche essenze forestali della macchia mediterranea salentina, sul quale si innestano le locali cultivar dell' olivo domestico, i cui alberi assumono nel Salento monumentali suggestive forme, talvolta proprio con tratti antropomorfi leggibili nella conformazione degli annosi tronchi, come nel meraviglioso suggestivo caso che qui ho documentato in questa foto scattata il 23 giugno 2010;
REGIA dello scatto: Oreste Caroppo.

sabato 15 ottobre 2016

Un rivoluzionario



L’uomo che è capace di sognare
e di trasformare i suoi sogni in realtà
è un rivoluzionario.
L’uomo che è capace di amare
e di fare dell’amore
uno strumento per il cambiamento
è anch’egli un rivoluzionario.
Il rivoluzionario quindi è un sognatore,
è un amante, è un poeta,
perché non si può essere rivoluzionari
senza lacrime negli occhi
e tenerezza nelle mani.

Tomás Borge Martínez

lunedì 26 settembre 2016

Accanto a un bicchiere di vino.




Con uno sguardo mi ha reso più bella,
e io questa bellezza l’ho fatta mia.
Felice, ho inghiottito una stella.
Ho lasciato che mi immaginasse
a somiglianza del mio riflesso
nei suoi occhi. Io ballo, ballo
nel battito di ali improvvise.
Il tavolo è tavolo, il vino è vino
nel bicchiere che è un bicchiere
e sta lì dritto sul tavolo.
Io invece sono immaginaria,
incredibilmente immaginaria,
immaginaria fino al midollo.
Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d’amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.
Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un’invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell’abbraccio
che mi crea.
Eva dalla costola, Venere dall’onda,
Minerva dalla testa di Giove
erano più reali.
Quando lui non mi guarda,
cerco la mia immagine sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza il quadro.

§ Wisława Szymborska. §

giovedì 22 settembre 2016

Darei valore alle cose non per quello che valgono ma per quello che significano.



Darei valore alle cose non per quello che valgono
ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di più.
So che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi
perdiamo 60 secondi di luce di cioccolata.
Se Dio mi concedesse un brandello di vita,
vestito con abiti semplici, mi sdraierei, al sole
e lascerei a nudo non solo il mio corpo
ma anche la mia anima.
Dio mio, se avessi cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio
e aspetterei che si alzasse il sole.
Dipingerei le stelle con un sogno di Van Gogh.
con un poema di Benedetti, una canzone di Serrat
sarebbe la mia serenata alla luna.
Bagnerei con le mie lacrime le rose
per sentire il dolore delle spine
ed il bacio vermiglio dei petali.
Dio mio, se io avessi ancora un brandello di vita
non lascerei passare un solo giorno
senza dire alla gente che io amo, io amo la gente.
Convincerei ogni uomo ed ogni donna
che sono i miei favoriti
e vivrei innamorato dell’amore.
E dimostrerei agli uomini quanto sbagliano
quando pensano di smettere di innamorarsi
quando invecchiano senza sapere che invecchiano
quando smettono di innamorarsi.
Darei ad ogni bambino le ali
ma lo lascerei imparare, da solo, a volare.

Ai vecchi insegnerei che la morte
non arriva con la vecchiaia ma con l’oblio.
Ho imparato molte cose da voi, dagli uomini…
Ho imparato che tutti, al mondo,
vogliono vivere in cima alla montagna
senza sapere che la vera felicità
sta in come si sale la china.
Ho imparato che quando un neonato afferra,
per la prima volta, con il suo piccolo pugno,
il dito di suo padre, lo terrà prigioniero per sempre.
Ho imparato che un uomo
ha diritto di guardare un’altro uomo
dall’alto verso il basso solo quando lo aiuta a rialzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi
ma non mi serviranno davvero più a molto
perchè quando guarderanno in questa mia valigia,
infelicemente io starò morendo.

§ Gabriel Garcia Marquez. §