giovedì 12 settembre 2019

La morte non è niente. Henry Scott



Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perchè dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perchè sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non
piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.”







venerdì 12 luglio 2019

La stupida teoria del “se attaccate Matteo Salvini sui migranti quello conquista voti” DI ALESSANDRO GILIOLI


È l’ultima tragica e perdente ritirata dei pavidi: l’invito al silenzio.
Silenzio, ci dicono: non parlate di migranti, che fate il gioco di Salvini. 
Non parlate di migranti, che a ogni Sea Watch crescono i consensi della Lega, che a ogni Carola si sposta più a destra il Paese. 
Non avete visto l’ultimo sondaggio brandito da Luca Morisi su Facebook? 
E allora zitti, non parlate di migranti, bisogna fare quello che piace alla gente. 
Fare “quello che piace alla gente”, anche buttando a mare - in un mare pieno di cadaveri, peraltro - ogni straccio d’etica laica o cristiana, ogni residua possibilità di restare umani.

Quindi chiudiamo tutti insieme i porti e gli occhi, sbarriamoli ben bene e rimandiamo le persone a farsi violentare e torturare in Libia, altrimenti il prossimo Pagnoncelli regalerà un altro mezzo punto in più al ministro della paura - e il loro sangue non vale certo mezzo punto nei sondaggi.
Carola, Greta, Malala e le altre: quando il dissenso è donna
La capitana della Sea Watch, l'attivista per l'ambiente, la Nobel per la Pace. Ma anche Eleonora, Rosa e Paola. 
Sono loro a tenere la rotta nella tempesta
Quale tsunami deve avere attraversato la testa dei tanti - a sinistra, sto parlando della sinistra - che ragionano così?

Quale gigantesca inversione di pensiero può averli portati dall’ottimismo della volontà alla rassegnazione dell’ignavia? Quando è successo che abbiamo venduto la decenza per due monete di falsa convenienza? 
Dove si è persa, esattamente, l’idea fondante dell’egemonia culturale da rovesciare, dell’azione politica e intellettuale per capovolgere il consenso, strada per strada, casa per casa, scuola per scuola? (a proposito, quando Gramsci scriveva dal carcere l’ottanta o il novanta per cento degli italiani era fascista, ma non risulta che il fondatore del Pci abbia smesso di farlo per non turbare lo spirito degradato del suo tempo).

Eppure è proprio questa la risacca morale in cui ci vogliono spingere: rinunciate, lasciate perdere, non conviene. 
Ma a Berlino nel 1933 ci saremmo rifiutati di difendere gli ebrei perché altrimenti aumentavano i consensi degli elettori tedeschi al partito nazista? 
Sarebbe interessante avere una risposta da chi oggi ci invita a nascondere la testa sotto la sabbia di Lampedusa.

Rinunciate, lasciate perdere, ci dicono. 
E non riescono a capire che cosa significa davvero - oggi, qui - rinunciare e “lasciar perdere” sulle Sea Watch, sulle Ong, sui Mimmo Lucano, sui Baobab, sulle Mediterranea. 
Perché se il prezzo da pagare fosse solo abbandonare al loro destino un pugno di attivisti, chissà, forse con un po’ di cinismo si potrebbe anche pagare. 
Ma una volta “lasciata perdere” quella battaglia lì, qualcuno sa a quale domino ci toccherà di assistere?…

Eppure abbiamo già visto cosa c’è lì dietro, che cosa tiene nascosto nelle mani quel pezzo d’Italia a cui ci dovremmo arrendere: la pena di morte, le armi libere, il diritto alla vendetta privata, la sopraffazione per etnia o classe o genere, l’omofobia, la nuova subalternizzazione delle donne al potere muscolare machista, l’insofferenza per le diversità e le minoranze, una società ipocrita fatta di “decoro” e “ordine” che servono solo a coprire la crescita di sfruttamento e disuguaglianze, con il sottofondo di un capitalismo della sorveglianza pulito e levigato, senza smagliature e a passo dell’oca.
Quando avremo mollato al suo destino Carola per “non cadere nel gioco di Salvini”, ci ritroveremo con il gioco di Salvini già compiuto, con la realtà quotidiana già permeata dei suoi disvalori autoritari e con la tacitazione del dissenso non solo civile, ma anche (soprattutto) sociale. 
Una volta che avremo “lasciato perdere” quel difficile tema lì - i migranti - avremo insomma “lasciato perdere” di fare una scelta davanti a un bivio dirimente. 
E oltre quella linea ormai ci troveremo….

Poi, accanto al calcolo sbagliato, purtroppo c’è anche altro, cioè la paura, di cui sempre si nutre l’ignavia. 
Perché non è affatto divertente- chi lo ha provato lo può testimoniare - diventare il bersaglio di un capo o sottocapo politico che vi getta in pasto ai suoi cani sui social. Il meccanismo è semplice, consolidato, funzionante: il politico in questione non vi attacca quasi mai direttamente, si limita a prendere una vostra frase e a metterla sui suoi account ( o a farli mettere da pagine affini) con una piccola derisione, lasciando che poi il lavoro sporco lo facciano i suoi follower.

Segue infatti - pavloviana - una coda infinita e deliberata di insulti, minacce, offese, allusioni, fotomontaggi, sberleffi e altro. Se sei donna, di più. Comunque in mezz’ora la torma vi ha già sbranata/o.
…Presto o tardi, però, se avremo il coraggio di non togliere il dito dal buco nella diga, anche questa tempesta sarà passata - com’è passata l’altra iniziata giusto un secolo fa. 
E magari quel giorno avremo attorno qualche figlio o nipote che ci chiederà dov’eravamo, cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo detto.

Ecco, sta a noi oggi decidere che cosa potremo in verità rispondere allora.

mercoledì 12 giugno 2019

Gli ostacoli



Alle volte incontriamo persone nella nostra vita e subito ci rendiamo conto che loro dovevano essere lì....per percorrere con noi un tratto del nostro cammino.
Noi non sappiamo mai chi potrebbero essere queste persone, ma quando i nostri occhi si incontrano con i loro occhi, in quel momento siamo certi che esse avranno un effetto molto profondo nella nostra esistenza .
E alle volte ci succedono cose tremende, dolorose e ingiuste, ma se ci riflettiamo, comprendiamo che se non avessimo superato quegli ostacoli, non avremmo potuto dar valore alla nostra forza, alla volontà ed al cuore.
Niente capita per caso: malattie, amori, momenti perduti di grandezza o di stupidità accadono per provare i limiti della nostra anima. Senza queste prove, la vita sarebbe una strada lineare, piatta e liscia verso nessuna meta. Sarebbe sicura e confortevole, ma noiosa e senza uno scopo. I successi e i fallimenti provano chi siamo e le esperienze negative hanno sempre qualcosa da insegnarci, probabilmente sono le più importanti.
Per questo perdoniamo a chi ci ha fatto del male, perchè ci ha aiutato a capire che dobbiamo stare attenti quando apriamo il nostro cuore a qualcuno. E amiamo incondizionatamente chi ci ama perchè ci insegna ad amare e a guardare le piccole cose, ad apprezzare ogni momento perchè non si ripeterà mai più.
Crediamo ,quindi, in noi stessi e ripetiamoci che siamo "una grande persona", perchè se noi non crediamo in noi stessi, nessuno crederà in noi. Crediamo nella nostra vita e soprattutto corriamo a viverla!!!(Angela)

sabato 1 giugno 2019

Edward Estlin Cummings






Tu sei stanca,
(Credo)
Dell’eterno puzzle di vivere e agire;
Anch’io.

Vieni con me, allora,
E andiamocene molto lontano —
(Io e te soli, capito!)

Hai giocato,
(Credo)
E hai rotto i tuoi giocattoli più cari,
E ora sei un po’ stanca;
Stanca di cose che si rompono —
Solo stanca.
Anch’io.

Ma vengo con un sogno negli occhi stasera,
E busso con una rosa alla porta del tuo cuore disperato —
Aprimi!
Ti mostrerò luoghi che Nessuno conosce
E, se vuoi,
I posti perfetti per dormire.

Ah, vieni con me!
Soffierò quella bolla meravigliosa, la luna,
Che galleggia sempre e un giorno
Ti canterò la canzone giacinto
Delle stelle probabili;
Mi avventurerò per le tranquille steppe del sogno,
Fino a trovare l’Unico Fiore,
che serba (credo) il tuo piccolo fiore
Quando la luna sorge dal mare.”

mercoledì 29 maggio 2019

José Saramago, da Deste Mundo e do Outro, 1985



Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.
E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico-e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle , al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro:tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.
Perché le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perché non se ne oda un altra. La parola non risponde né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto. Perché le parole siano strumento di morte - o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’ è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.

José Saramago, da Deste Mundo e do Outro, 1985
(Di questo mondo e degli altri, Einaudi 2006 — traduzione di Giulia Lanciani)

mercoledì 15 maggio 2019

74 anni dopo...


IN GERMANIA 74 ANNI DOPO LA FINE DELLA SECONDA GUERRA, FINALMENTE LA SEPOLTURA DEI TESSUTI UMANI PRELEVATI DAI CADAVERI DEGLI OPPOSITORI AL NAZISMO.
Trecento tessuti umani appartenenti a persone della resistenza tedesca al nazismo, e per la maggior parte donne, sono stati sepolti lunedì a Berlino, a settantaquattro anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Subito dopo la morte, i loro corpi erano stati analizzati dal direttore dell'Istituto di Anatomia di Berlino, Hermann Stieve.
È una piccola scatola di legno marrone chiaro posta vicino a un muro di mattoni, nella calma del vasto cimitero di Dorotheenstadt, a Berlino. Un sacerdote, una pastora e un rabbino la circondano, mentre le sagome in lutto depositano una rosa a turno e il suono di un Padre Nostro si alza. Lunedì pomeriggio, dopo una commovente cerimonia ecumenica, 300 tessuti umani dei combattenti della resistenza nazista hanno trovato una sepoltura a Berlino, a settantaquattro anni dalla fine della guerra.
Questi sono i resti microscopici delle vittime del nazismo, la maggior parte di loro donne impegnate nella resistenza in Germania, i cui corpi sono stati sezionati dopo la loro esecuzione da Hermann Stieve, allora direttore dell'Istituto di Anatomia dell'Università di Berlino. Solo nel 2016, i suoi eredi hanno scoperto piccole scatole contenenti circa 300 tessuti, posizionati su vetrini da laboratorio. Dopo tre anni di ricerca, il professor Andreas Winkelmann ha isolato 20 nomi. Su richiesta delle famiglie, alcune vittime non sono attualmente identificate pubblicamente. La sepoltura è stata organizzata, in accordo con i discendenti delle vittime, dal grande Ospedale di beneficenza di Berlino (che comprende l'Istituto di Anatomia) e il Memoriale della Resistenza tedesco.
Dalla fine della seconda guerra mondiale, molto è stato detto e scritto sul Dr. Stieve, che visse giorni pacifici dopo la guerra - specialmente perché non era un membro del partito nazista, non officiava in un Campo di concentramento e diversamente da Mengele, i suoi esperimenti non hanno coinvolto esseri viventi - questo non è il caso delle sue vittime private di sepoltura. "La ricerca sulla storia dell'anatomia sotto il Terzo Reich spesso si concentrava sugli anatomisti e le loro attività, ma molto meno sulle vittime del regime nazionalsocialista, i cui corpi erano usati per la dissezione anatomica e la ricerca ", scrive la professoressa pediatrica Sabine Hildebrandt, che insegna al Boston Children's Hospital in Massachusetts e ha dedicato molti lavori sul tema e scritto anche un libro.
Ha centrato la sua attenzione sugli elenchi minuziosi delle cavie umane del Dr. Stieve, evidenziando le biografie di 174 donne e 8 uomini, che comprendono, ad esempio, Elfriede Scholz, la sorella dello scrittore pacifista Erich Maria Remarque -( aveva lasciato la Germania nel 1933). Fu stata condannata a morte per aver criticato il regime. Il giudice ha significato per lui al suo processo "Sfortunatamente, suo fratello ci è sfuggito, ma non sarà lo stesso lei."
La maggior parte di queste vittime, scrive Sabine Hildebrandt, "erano di età riproduttiva, i due terzi erano tedeschi e la maggior parte di loro erano stati giustiziati per motivi politici". Molti di loro erano oppositori del nazismo, come ad esempio il gruppo ebraico di resistenza "Herbert-Baum" - la moglie del suo fondatore, Marianne Baum, fu giustiziata il 18 agosto 1942. Vi era anche il resistente Elise Hampel, che ha ispirato il romanzo di Hans Fallada "Ognuno muore da solo" (1947).

La maggior parte dei soggetti di studio di Stieve erano donne detenute nella prigione di Plötzensee a Berlino - dove 2.800 persone furono condannate a morte tra il 1933 e il 1945. La maggior parte di loro erano donne,dato che questo professore d'istologia si era specializzato nello studio degli effetti dello stress e della paura sul sistema riproduttivo femminile. Ad esempio, nel 1946, descrisse in una rivista medica il caso di una donna di 22 anni le cui mestruazioni si erano prosciugate per undici mesi "a causa di una forte eccitazione nervosa". Ma all'improvviso, scrive freddamente, "in seguito a un messaggio che aveva spaventato molto la donna (condanna a morte), si sono verificate delle emorragie". Il giorno dopo, la donna è improvvisamente morta per violenza esterna. Il nome di questa donna era Cato Bontjes van Beek. Era un membro della cosiddetta rete "Red Orchestra" e fu decapitata il 5 agosto 1943.
L'intensificazione delle condanne a morte sotto il Terzo Reich, in particolare delle donne, fu certamente una fonte di soddisfazione per il dott. Stieve. Scrisse in modo piuttosto cinico nel 1938: "Le esecuzioni forniscono all'Istituto Anatomico un materiale che nessun altro istituto al mondo ha". Fu lieto di vedere così tante donne cadaveri arrivare all'istituto.
Ovviamente non era il solo a indulgere in tali pratiche. "La mia ricerca mostra che i 30 dipartimenti di anatomia in Germania e nelle aree occupate hanno utilizzato corpi di persone giustiziate e altri tipi di vittime", ha detto Sabine Hildebrandt a Libération. E anatomisti come Max Clara, Johann Paul Kremer e August Hirt hanno tagliato il traguardo dalla ricerca sui morti alla ricerca di "future morti" nelle esperienze umane.
Come Cato Bontjes van Beek, anche Libertas Schulze-Boysen faceva parte della cosiddetta rete di resistenza "Red Orchestra". La sua ultima lettera era indirizzata a sua madre. La giovane di 29 anni le scrisse: "Il mio ultimo desiderio è che la mia sostanza materiale sia restituita a te. Se possibile, seppelliscimi in un posto bellissimo in mezzo alla natura assolata. Ora, mia cara, per me suonano già i rintocchi funebri". Sarà giustiziata il 22 dicembre 1942 nella prigione di Plötzensee. Il suo corpo arriverà sul tavolo del dott. Stieve appena quindici minuti dopo la sua morte. Riconoscendo la sua faccia sul tavolo di dissezione, Charlotte Pommer, allora assistente del dott. Stieve, decise di porre fine alla propria carriera. È stato, riferisce Sabine Hildebrandt, l'unica anatomista a prendere una decisione del genere.
Per quanto riguarda il dottor Stieve, morto per cause naturali nel 1952, è ancora un "membro d'onore postuma" della Società Tedesca di ginecologia e ostetricia.
Libération, 13/05/2019 (trad. dal francese)