giovedì 10 novembre 2016
Silenzio
Ora conteremo fino a dodici
e rimaniamo tutti quieti.
Per una volta sulla terra
non parliamo in nessuna lingua,
per un secondo fermiamoci,
non muoviamo tanto le braccia.
Sarebbe un minuto fragrante,
senza fretta, né locomotive,
saremmo tutti uniti
in un’inquietudine istantanea.
I pescatori del freddo mare
non farebbero male alle balene
e il lavoratore del sale
guarderebbe le sue mani rotte.
Quelli che preparan guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza superstiti,
si metterebbero un vestito puro
camminerebbero coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.
Non si confonda ciò che voglio
con l’inazione definitiva:
la vita è solo ciò che si fa,
non voglio saperne della morte.
Se non potemmo essere unanimi
muovendo tanto le nostre vite,
forse non far nulla una volta,
forse un gran silenzio potrà
interrompere questa tristezza,
questo non intenderci mai,
e minacciarci con la morte,
forse la terra c’insegnerà
quando tutto sembra morto
e poi tutto era vivo.
Ora conterò fino a dodici,
tu tacerai e io me ne andrò.
Pablo Neruda
lunedì 17 ottobre 2016
La dottrina Junghiana del simbolo
La dottrina Junghiana del simbolo s'impernia sull'attività dialettica che sintetizza gli opposti e la configurazione della psiche si offre alla nostra osservazione come compresenza di aspetti polarmente opposti (Io e non Io, conscio e inconscio, positivo e negativo ecc..).
L'Ombra quindi come parte inferiore della personalità è una parte della totalità della psiche ma si deve tener conto che l'Ombra è negativa in quanto c'è una positività con la quale si confronta.
Le profonde antipatie ingiustificate, per esempio, sono quasi sempre il frutto della proiezione della propria Ombra.
Il riconoscimento di tale proiezione costituisce la via regia per la ricognizione della propria Ombra.
Spesso in terapia si nota come il soggetto rifiutando la propria Ombra si condanna a vivere una vita parziale.
Come osserva Jung, l'Ombra abbandonata al negativo è costretta, per così dire, ad avere una vita autonoma senza alcuna relazione con il resto della personalità. Così facendo ogni autentica maturazione dell'individuo è impedita, dal momento che l'individuazione comincia appunto con la ricognizione e integrazione dell'Ombra.
L'Ombra è quel che di noi non può essere risolto in valore collettivo, essa si oppone ad ogni valore universale.
Va da sé che la vera individualità, la singolarità irripetibile, i cui profeti moderni sono Kierkegaard e Dostoevskij, risiede nell'Ombra. Nell'istante in cui l'uomo accetta nella propria dinamica psichica l'Ombra egli accetta di individualizzarsi.
Dal punto di vista di una morale collettiva, l'integrazione dell'Ombra permette la fondazione di un'etica individuale in cui i valori universali vengono perseguiti in quanto vengono continuamente rapportati al singolo, o meglio all'elemento individuale della personalità.
''L' ULIVO URLATORE'' nelle terra degli alberi antropomorfi, l' APULIA SALENTINA!
Giuggianello (Lecce), contrada Polisano, ai piedi della mitologica "Collina dei Fanciulli e delle Ninfe", là dove scrisse l'autore greco Nicandro di Colofone, nel II sec. a.C., riportando antiche leggende ausonico-apulo-messapiche, che dei fanciulli si trasformarono in alberi, per volere delle indispettite ninfe, "nel luogo stesso in cui stavano, presso il loro santuario delle ninfe, presso le cosiddette 'Rocce Sacre' ", mastodontiche rocce, lì ancora ammirabili.
"E ancora oggi, la notte, -scrisse Nicandro-, si sente uscire dai tronchi una voce, come di gente che geme; e il luogo viene chiamato 'Delle Ninfe e dei Fanciulli' ".
"Si favoleggiava, -racconta l'antico greco autore- che nel paese dei Messapi fossero apparse un giorno delle ninfe che danzavano, e che i figli dei Messapi, abbandonate le loro greggi per andare a guardare, avessero detto che essi sapevano danzare meglio. Queste parole punsero sul vivo le ninfe e si fece una gara per stabilire chi sapesse meglio danzare. I fanciulli, non rendendosi conto di gareggiare con esseri divini, danzarono come se stessero misurandosi con delle coetanee di stirpe mortale; e il loro modo di danzare era quello, rozzo, proprio dei pastori; quello delle ninfe, invece, fu di una bellezza suprema. Esse trionfarono dunque sui fanciulli nella danza e rivolte ad essi dissero: 'Giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe e ora che siete stati vinti ne pagherete il fio' ".
Il poetico mito di metamorfosi raccontato da Nicandro, incrociato forse con altre leggende sempre di matrice messapica, viene raccontato in una versione leggermente diversa, alcuni decenni dopo, da Ovidio, classico sommo scrittore latino, “il più grande poeta latino dell’amore”, che vi identifica quegli alberi con la specie dell' olivastro, l'ulivo selvatico, una delle più tipiche essenze forestali della macchia mediterranea salentina, sul quale si innestano le locali cultivar dell' olivo domestico, i cui alberi assumono nel Salento monumentali suggestive forme, talvolta proprio con tratti antropomorfi leggibili nella conformazione degli annosi tronchi, come nel meraviglioso suggestivo caso che qui ho documentato in questa foto scattata il 23 giugno 2010;
REGIA dello scatto: Oreste Caroppo.
sabato 15 ottobre 2016
Un rivoluzionario
L’uomo che è capace di sognare
e di trasformare i suoi sogni in realtà
è un rivoluzionario.
L’uomo che è capace di amare
e di fare dell’amore
uno strumento per il cambiamento
è anch’egli un rivoluzionario.
Il rivoluzionario quindi è un sognatore,
è un amante, è un poeta,
perché non si può essere rivoluzionari
senza lacrime negli occhi
e tenerezza nelle mani.
e di trasformare i suoi sogni in realtà
è un rivoluzionario.
L’uomo che è capace di amare
e di fare dell’amore
uno strumento per il cambiamento
è anch’egli un rivoluzionario.
Il rivoluzionario quindi è un sognatore,
è un amante, è un poeta,
perché non si può essere rivoluzionari
senza lacrime negli occhi
e tenerezza nelle mani.
Tomás Borge Martínez
lunedì 26 settembre 2016
Accanto a un bicchiere di vino.
Con uno sguardo mi ha reso più bella,
e io questa bellezza l’ho fatta mia.
Felice, ho inghiottito una stella.
e io questa bellezza l’ho fatta mia.
Felice, ho inghiottito una stella.
Ho lasciato che mi immaginasse
a somiglianza del mio riflesso
nei suoi occhi. Io ballo, ballo
nel battito di ali improvvise.
a somiglianza del mio riflesso
nei suoi occhi. Io ballo, ballo
nel battito di ali improvvise.
Il tavolo è tavolo, il vino è vino
nel bicchiere che è un bicchiere
e sta lì dritto sul tavolo.
Io invece sono immaginaria,
incredibilmente immaginaria,
immaginaria fino al midollo.
nel bicchiere che è un bicchiere
e sta lì dritto sul tavolo.
Io invece sono immaginaria,
incredibilmente immaginaria,
immaginaria fino al midollo.
Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d’amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.
delle formiche morenti d’amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.
Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un’invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell’abbraccio
che mi crea.
con prudenza, come per controllare
un’invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell’abbraccio
che mi crea.
Eva dalla costola, Venere dall’onda,
Minerva dalla testa di Giove
erano più reali.
Minerva dalla testa di Giove
erano più reali.
Quando lui non mi guarda,
cerco la mia immagine sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza il quadro.
cerco la mia immagine sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza il quadro.
§ Wisława Szymborska. §
giovedì 22 settembre 2016
Darei valore alle cose non per quello che valgono ma per quello che significano.
Darei valore alle cose non per quello che valgono
ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di più.
So che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi
perdiamo 60 secondi di luce di cioccolata.
Se Dio mi concedesse un brandello di vita,
vestito con abiti semplici, mi sdraierei, al sole
e lascerei a nudo non solo il mio corpo
ma anche la mia anima.
Dio mio, se avessi cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio
e aspetterei che si alzasse il sole.
Dipingerei le stelle con un sogno di Van Gogh.
con un poema di Benedetti, una canzone di Serrat
sarebbe la mia serenata alla luna.
Bagnerei con le mie lacrime le rose
per sentire il dolore delle spine
ed il bacio vermiglio dei petali.
Dio mio, se io avessi ancora un brandello di vita
non lascerei passare un solo giorno
senza dire alla gente che io amo, io amo la gente.
Convincerei ogni uomo ed ogni donna
che sono i miei favoriti
e vivrei innamorato dell’amore.
E dimostrerei agli uomini quanto sbagliano
quando pensano di smettere di innamorarsi
quando invecchiano senza sapere che invecchiano
quando smettono di innamorarsi.
Darei ad ogni bambino le ali
ma lo lascerei imparare, da solo, a volare.
Ai vecchi insegnerei che la morte
non arriva con la vecchiaia ma con l’oblio.
Ho imparato molte cose da voi, dagli uomini…
Ho imparato che tutti, al mondo,
vogliono vivere in cima alla montagna
senza sapere che la vera felicità
sta in come si sale la china.
Ho imparato che quando un neonato afferra,
per la prima volta, con il suo piccolo pugno,
il dito di suo padre, lo terrà prigioniero per sempre.
Ho imparato che un uomo
ha diritto di guardare un’altro uomo
dall’alto verso il basso solo quando lo aiuta a rialzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi
ma non mi serviranno davvero più a molto
perchè quando guarderanno in questa mia valigia,
infelicemente io starò morendo.
§ Gabriel Garcia Marquez. §
lunedì 15 agosto 2016
IL TEMPO
Che sciocchi gli uomini quando ottengono da qualcuno delle inezie di nessun valore, facili da rimpiazzare, sono pronti a farsele mettere in conto; ma non c’è nessuno che si senta in debito, se gli si concede del tempo; eppure questa è l’unica cosa che non si può restituire, nemmeno se si prova grande riconoscenza. Non è povero chi si fa bastare quel che gli resta, anche se è poco. Resto sempre stupito quando vedo alcuni che, come se niente fosse, chiedono per sé spazi di tempo altrui, e altri che, se glielo si chiede, sono pronti ad accordare ore e ore della loro giornata; il fatto è che tutti prendono in considerazione lo scopo per cui si chiede di impegnare il tempo, ma nessuno valuta il tempo in sé: lo si chiede, come se fosse una cosa da nulla, e, come se non fosse niente, lo si concede. Eppure si gioca con la cosa pi preziosa che ci sia; inganna perché è immateriale, perché non la si vede: per questo non le si dà importanza, anzi è ritenuta quasi di nessun valore. Le rendite annue, gli stipendi si pagano cari: la gente se li suda e vi investe attività e impegno; al tempo invece nessuno dà valore; lo si usa con larghezza come si fa con una cosa che non costa nulla. Preso nel vortice degli affari e degli impegni ciascuno consuma la propria vita, sempre in ansia per quello che accadrà, e annoiato di ciò che ha. Chi invece dedica ogni attimo del suo tempo alla propria crescita, chi dispone ogni giornata come se fosse la vita intera, non aspetta con speranza il domani né lo teme. Molti uomini grandissimi a un certo punto si liberano da tutti gli impegni, rinunciano a ricchezze, incarichi, piaceri, e fino all’ultimo giorno non pensano ad altro che ad imparare a vivere; ma di essi i più escono dalla vita confessando di non sapere ancora vivere. L’uomo grande, quello che sa stare al di sopra degli errori umani non permette che gli si porti via neanche un minuto del tempo che gli appartiene, e proprio per questo la sua vita è lunghissima, perché è stata tutta a sua disposizione dal principio alla fine. Mai abbastanza ci si potrà stupire dell’ottusità della mente umana di fronte a questo problema: perché gli uomini non permettono che uno occupi i loro poderi, e per la minima divergenza su questioni di confini si infuriano e sono pronti a colpire con sassi e armi; poi tranquillamente lasciano che altri entrino nella loro vita, anzi sono loro stessi a introdurvi quelli che a poco a poco ne diventeranno i padroni. È ben difficile trovare uno disposto a dividere con altri il suo denaro: ma la vita ciascuno la distribuisce a centinaia di persone. Tutti sono avari quando si tratta di tenersi ben stretto il patrimonio, ma sono generosissimi nel buttare via il tempo: e pensare che questa è l’unica cosa di cui sarebbe molto decoroso essere avari! La vita umana, anche ammesso che superi i mille anni, sarà sempre chiusa in uno spazio ben limitato ma questo spazio di tempo che per legge di natura scorre velocemente, anche se la ragione vorrebbe prolungarlo, è inevitabile che vi sfugga subito: siete voi che non sapete afferrare e trattenere o anche solo frenare questa che è la più veloce di tutte le cose; ma ve la lasciate scappare di mano come se fosse un accessorio qualsiasi che si può sostituire. I giorni migliori fuggono, non c’è dubbio, se ci si lascia travolgere da faccende di ben poca importanza. Così la vecchiaia sorprende gli uomini quando, nello spirito, non sono ancora cresciuti, e li coglie impreparati e inermi; non l’avevano previsto infatti; e ci si trovano dentro da un momento all’altro, senza aspettarselo: non si rendevano conto che la vecchiaia si avvicinava un po’ tutti i giorni. Cerchiamo dunque che ogni momento ci appartenga: ma non sarà possibile, se, prima, non cominceremo noi ad appartenere a noi stessi. La vita si divide in tre momenti: passato, presente, futuro. Di questi il presente è breve, il futuro dubbio, il passato certo. Su quest’ultimo la sorte ha perduto ogni potere: il passato non può più dipendere dal capriccio di alcuno. Il presente è brevissimo, tanto da poter sembrare inesistente; infatti è sempre in movimento, scorre, precipita, cessa di essere prima ancora di arrivare. Spazia ampiamente la vita del saggio, che non si sente chiuso, come gli altri, entro limiti angusti e, abbraccia col ricordo il passato, utilizza il presente, pregusta il tempo che deve ancora venire. A lui rende lunga la vita questa possibilità di unire tutti i tempi insieme. Brevissima invece e piena di angosce è la vita di chi dimentica il passato, trascura il presente e ha paura del futuro. Vive veramente chi è utile all’umanità e sa usare se stesso; mentre coloro che stanno appartati e nell’inerzia, fanno della loro casa una tomba. Ti è data la vita. Ti è data la capacità di crescere. Ti è data ogni occasione di raggiungere la cima più alta della coscienza. Ti è dato un cuore che può sbocciare. Sentiti grato alla vita, e se ti senti grato diventerai sempre più degno e sempre più umile - senza risentimento, senza lamento. E proprio questo è lo stato di un uomo sapiente. Non c’è bisogno che tu appartenga a una sapienza organizzata per essere sapiente. Sapienza è la gratitudine che provi per l’esistenza. Gli alberi così belli, il cielo infinito, così tante stelle! e non hai dovuto pagare per questo. Ti è dato questo immenso universo con tutta la sua bellezza, le albe, i tramonti, e tutti i fiori e gente stupenda. Osserva, e ti renderai conto che ti è stato dato così tanto, ma tu l’hai dato per scontato. Non l’hai mai considerato un regalo che l’esistenza ti ha fatto senza che tu lo chiedessi, senza che tu lo pretendessi. Una volta che cominci a vedere tutto quello che ti è stato dato, il tuo cuore si riempirà di gratitudine. E questa gratitudine aprirà tutte le porte, tutte le finestre. Una sola cosa ti collega con l’esistenza ed è la gratitudine. Allora cominceranno ad accaderti delle cose inaspettate. E ti si apriranno le porte dei misteri.
Lucio Anneo Seneca
Lucio Anneo Seneca
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